Cerco di colpire la punta del naso del mio avversario perché cerco di ficcargli l’osso nel cervello” (Mike Tyson). “Quando vedo il sangue divento un toro” (Marvin “The Marvellous” Hagler). “Quando sanguino io è un’altra cosa. Non mi dà fastidio perché non mi vedo” (Floyd Patterson). “Sono gli occhi. Sono vuoti, sgranati, e ti fissano di continuo. Sì, è quel suo sguardo vuoto che alla fine ti butta giù” (uno sparring partner di Joe Luis). “Fare in modo che l’orso sappia subito chi è che comanda” (Muhammad Ali). “Odio dirlo. Ma è vero. Mi piace molto di più quando si soffre”. (Frank “The Animal” Fletcher). “Il combattente incassa un colpo e risponde con tre” (Roberto “Mano di pietra” Duran). “Mi colpivano. A me non importava di essere colpito” (Jake La Motta). “Ho voluto fare della boxe ciò che Bruce Lee fece nelle arti marziali. Bruce era un artista e, come lui, io sono andato oltre lo sport. Vorrei che i miei combattimenti fossero visti come pezzi di teatro” (Sugar Ray Leonard). “Io sono il più grande, posso battere chiunque. Sono bello, sono giovane, sono veloce, sono forte. E nessuno mi può battere” (Muhammad Ali). “Se mi aprissero questa testa rasata ci troverebbero dentro un guantone da boxe. È tutto quello che sono. È la mia vita”. (Marvin “The Marvellous” Hagler). Combat, parole di pugili e di boxe e foto di Piero Pompili; bianco e nero e formato quadrotto per un libro che sarebbe un nonsense editoriale come un altro, se non fosse per l’ossessione dell’editor mondadoriano, Antonio Franchini, vero patito della nobile arte. Ossessione che ha intrappolato tanti altri scrittori e intellettuali, rimasti inchiodati con gli occhi della mente a questa sorta di scena primaria, l’accademia dei pugni. Una chiave di volta per capire gli uomini. Per poter più agevolmente rileggere il mondo come volontà di potenza senza più dover scomodare i filosofi, inadatti in quest’epoca in cui sembra più che normale picchiare un compagno Down, filmare uno stupro di branco, mettere sotto una scalcagnata supplente. “Lo spazio della boxe è uno spazio sacro che precede la civiltà o, per usare un’espressione di D.H. Lawrence, prima che Dio fosse amore”, ha scritto Joyce Carol Oates, una scrittrice che non è rimasta immune al fascino belluino di Mike Tyson. Perché certamente un giovane uomo che dice “cerco di colpire la punta del naso del mio avversario perché cerco di ficcargli l’osso nel cervello” è come se schiudesse gli occhi su un mondo in cui la violenza non è più neanche competizione. Per fare male E’ il gusto di menare, di usare i pugni. Per fare male. Senza chiedersi il perché, o forse per scoprirlo. Fa parte della natura umana? Fa parte della sua perversione? È uno spurgo dell’essere giovani? È la pura sintesi del mondo come violenza “prima che Dio fosse amore”, la vita come lato lugubre del nulla, senza ideologia, senza sociologia? “Fight Club” è un racconto di Chuck Palahniuk diventato film di culto a motivo della sua violenza estrema, senza logica apparente se non quella di distruggere e di autodistruggersi. Pietro Grossi nel suo lungo racconto “Pugni” ha scritto: “Là dentro c’era una logica. Là dentro nessuno poteva scappare, né te né gli altri, e sapevi contro chi combattevi… Sembra assurdo, ma finisce che vai in quel posto dove tutti menano le mani perché ti senti più sicuro”. La violenza è rassicurante, è l’unico modo di essere che abbia un senso e una coerenza. E del resto, in fondo, “fuori dal ring tutto è così noioso” (Mike Tyson).
Dal Foglio